ENOSIM, Espace Electra - Fondazione EDF — Texto di introduction alla mostra da Thierry Grillet | Dicembre 2014
 

Voici l’histoire d’un homme qui a trouvé son île. Un Robinson, maître des regards et du rivage. Voyez le. Il patrouille dans cet entre-deux qui n’a pas de nom, entre la mer et la terre, dans cette bande littorale où s’échouent les bidons emportés par les courants. Ces vestiges de plastic s’accrochent aux rochers, se coincent dans les anfractuosités, se laissent polir par la houle. Dérisoires sentinelles posées au hasard, ils mélancolisent. Et l’œil qui survole le sable n’a de cesse de fixer dans ces clichés, les matières fatiguées de ces âmes trop longtemps errantes. "Sunt Lacrimae rerum", écrivait Virgile. C’est le pleur de ces choses que le photographe vient recueillir, dans ce dialogue des solitudes. 

AFTER THE FUTURE — Testo di Thierry Grillet | Novembre 2018

È la passione per la solitudine e l'isolamento? Il gusto per il deserto e la meditazione? Thierry Konarzewski scruta miglia di costa e come fotografo archivista, possibile sopravvissuto di una civiltà plastica, pulisce oggetti, li guarda e li trasforma. Sacerdote di una possibile redenzione delle cose, celebra su un caso di sabbia, queste forme divertenti, idoli giganteschi di una civiltà a venire. Quale trionfo, queste sculture che giocano con le proporzioni, annunciano? Sono i messaggeri di un mondo senza uomini? o le vedette di una nuova umanità a venire?

 

ULYSSE EN ARLES, Fondazione MRO — testo di Thierry Grillet | Luglio 2015

Trait pour trait, portraits — Il lavoro di Thierry Konarzewski è una ricerca ossessiva del viso. Attraverso materie, cose, ambienti. Arte del ritratto, paesaggio o natura morta. I generi si fondono in questo sguardo singolare che insegue dappertutto la figura umana. Uomini, anime, un inno all’umanità.
Il fotografo decanta la faccia. Attraverso le sue tre incarnazioni: « visus », « os », o « vultum ». Tre parole latine che distinguono ciascuna una parte di questo mistero, e cercano di far parlare i segni. Perché il viso è « visus » (passivo del verbo « vedere ») – ciò che è visto. Perché chi può vedere il nostro viso ? se non colui che ci vede. Il viso è « os » (che ha formato « orale ») – bocca, luogo di origine della parola e del grido. Guardate, sentite questi gridi e bisbigli che abitano le pareti. Il viso è « vultum », volto, aspetto della faccia umana, teatrino delle espressioni, specchio degli stati d’animo e delle passioni che fervono sotto la pelle. Fosse anche di pietra.

Ad Arles, e sui muri, il fotografo ha registrato tutti questi segni della presenza. In una frontalità che raddoppia la faccia. Per essere esaustivi bisognerebbe aggiungere, in una sorta di apertura di questa processione, la “testa” che le riassume, e che in queste pietre-crani, teschi in pietra antica, dona all’insieme una profondità di “vanità”…


Thierry Grillet, scrittore — Parigi, marzo 2013
 

C’è chi va in giro per le spiagge alla ricerca di graziose conchiglie o di sassi colorati. Thierry Konarzewski percorre avanti e indietro la sua isola, a qualche miglio dalla Sardegna, e va alla ricerca di incontri. Al pari di uno sciamano o di un antropologo, incontra tutta una popolazione di esseri strani, particolari, improbabili, dalle forme scolpite da venti ed onde. È il popolo dei bidoni, immensa tribù di tutti i recipienti che vanno alla deriva sui mari, in balìa delle correnti, e che al termine di una lunga circumnavigazione, come antichi abitanti della Polinesia, si sono infine arenati su di uno spuntone roccioso, Enosim, popolata dagli umani solo a partire dal XVIIIesimo secolo. Qui si è istallata questa folla di plastica, plasmata dal sale. Nei rigurgiti della società industriale gettati sulla sabbia, il fotografo ha visto gli spiritelli dell’oceano. E’ forse una bizzarria comune a tutti quelli che hanno ormai abbandonato le certezze del continente? Già a suo tempo, nell’ esilio di Guernesey, Victor Hugo ne aveva disegnati. Ed aveva chiamato queste divinità dei reietti ‘aucriniens’.

Sono quegli stessi mostricciattoli, corrosi dalle correnti, deformati dalle onde, rigonfiati di alghe che Thierry Konarzewski scopre oggi nascosti dietro ad un sasso o incastrati nella roccia. Sono venuti ad abitare a San Pietro, come una tribù pacifica, con lo sguardo rivolto all’infinito. Ed il fotografo sciamano va a trovarli. Sono diventati ormai intimi, nella solitudine delle camminate. ‘Toh! Sei ancora qui, tu?!’ butta lì talvolta ad uno dei suoi guerrieri dalla testa rotta, che l’aspetta in un angolo della spiaggia.
Così fra familiarità e ritualità continua il dialogo con questi bidoni che sono altrettante maschere di guerrieri usciti dall’Iliade o dal regno dei Mandinghi. Tutti questi Ulisse, arenatisi sulla spiaggia, sfiniti dal lungo viaggio di ritorno, sembrano meditare. Quali pensieri li assillano? Chi può raccontare ciò che queste forme scavate conservano della loro improbabile epopea? Sono proprio questi sussulti dello spirito che, da sciamano qual è, il fotografo cattura nelle sue immagini.

Chi è dunque questo fotografo? Uno sciamano, un antropologo o forse il sacerdote di un nuovo culto dei relitti, nei quali egli mostra volti, fantasmi o creature fantastiche? O forse è un investigatore del materialismo new age che come un erborista coltiva, raccoglie, classifica, nomina i bidoni in un vasto repertorio di oggetti senza valore? I progressi della neurofisiologia hanno permesso recentemente di individuare due aree distinte nel cervello umano, preposte l’una al riconoscimento della parola e dei segni, l’altra a quello dei volti. Attività che appartiene unicamente all’uomo. E che – al di là della funzione basilare che permette di distinguere le identità da particolari tratti di un volto – può anche far nascere vere e proprie apparizioni davanti agli occhi di chi è capace di personificare le cose e di intravedere volti negli oggetti. I pittori del Rinascimento ad esempio ne popolavano i paesaggi. Oggetti e soprattutto alberi furono per certi pittori ed illustratori come Segantini o Rackam, l’habitat infinito di mille visi. Con Thierry Konarzewski nasce un nuovo mondo di volti: e lui ci fa scoprire una tribù dalle espressioni meravigliose.

Sia come sia, ciascuno è libero di credere a queste apparizioni o di credere solo a ciò che vede: i riflessi cangianti della materia ed il luccichio delle cose. Ma questa doppia visione che abita le immagini di TK pone interrogativi sul nostro rapporto con l’immagine. Cosa vediamo? Vediamo veramente ciò che guardiamo o piuttosto vediamo qualcos’altro?

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